Presentazione del romanzo “L’uomo di vetro” di Giuseppe Manfridi

da redazione
 
Se c’è un autore contemporaneo, prolifico quanto eclettico, che abbiamo caro da queste parti, ebbene questi è proprio Giuseppe Manfridi. La sua vena creativa, la capacità narrativa, la versatilità dirompente fanno di Manfridi, uno dei pochi casi autoriali che spaziano indistintamente tra drammaturgia, racconto, romanzo, con la rapidità trasformista che gli è propria, e a noi è per questo che piace, la sua dialettica affabulatoria, nella più elevata accezione del termine, mista alla capacità “istrionica” di coinvolgere il pubblico, ebbene, è proprio quello che ogni autore dovrebbe possedere. Il suo romanzo sarà presentato Mercoledì, per tutte le indicazioni del caso potete fare riferimento all’immagine sotto, dopo lo stralcio che riportiamo dal suo profilo Facebook, per offrirvi un assaggio come antipasto del suo romanzo “L’uomo di vetro” edizione La Lepre.
 
 
Questa storia si svolge tutta in una notte, dalla tarda sera sino alle luci dell’alba. L’ambientazione è la villa sul mare, presso Roma, di Gianni Cravero, già? Primo Ministro della Repubblica Italiana, a suo tempo travolto da un processo di collusione con la mafia da cui venne assolto grazie alla testimonianza di una sua ex amante. Il che, salvandolo dalla condanna, finì col precipitarlo in un inferno coniugale. Nella villa, con fare smarrito, si introducono Maurizio e Federica, una coppia di amici invitati a passare lì la notte per ragioni che si collegano alla giovane figlia del padrone di casa. “L’uomo di vetro” racconta la capacità spiazzante e manovriera di una diabolica intelligenza politica in grado di entrare nella pancia crassa di una nazione sempre più? incline a un progressivo degrado ideologico nell’incultura e nella barbarie.
 
Discorso sul voto tra Gianni Cravero, ex Primo Ministro della Repubblica Italiana, e sua moglie (da L’UOMO DI VETRO, ed. La Lepre):
“Dici che quei due non ti voteranno. – fa lei dando l’idea di riflettere sulla cosa lì per lì – Mh. Ti sei mai domandato per chi voterò io?”
“Se parli solo di te, è un problema che non mi pongo affatto.”
“Dubito.” e se lo trova di fronte.
“Fatica sprecata, mia cara. I voti che mi porti, quelli sì che mi interessano, ma del tuo me ne frego altamente; non servirà certo a cambiare le sorti del nostro sciagurato Paese. Mica per un fatto personale, figurati!, ma è che i singoli voti mi ripugnano, che posso farci? Proprio il concetto in sé. – lei sorride, quasi ride, come se si stesse limando le unghie – Inutile che ridi, è così. Mi sanno di facce, di individui. Mi sanno di anagrafe, di elenco del catasto. Tutti che se le menano ingalluzziti dalla loro fede politica indiscutibile, combattuta. Manco avessero da regalarti chissacché. Un voto. Uno. Questo hanno. Il loro capitaletto. E come si sentono virtuosi, corretti!… La corretta virtù del buon votante… ma ti prego!… E il tutto con la convinzione di essere sospinti dalla stessa pulsione interiore per cui sono morti questo e quello, qualche eroico avo, qualcuno di famiglia… il Risorgimento, le barricate!… Per un paio di minuti passati dentro quei loculi a esercitare il loro superpotere di cittadini modello si sentono Garibaldi. O Seneca… una ciurma di Seneca che ti ricatta con la sua microscopica quota di suicidio, altro gusto inverosimile: ‘Non voto nessuno, tiè! Mi fa schifo tutto, tiè, beccati questa!’, i filosofi dell’etica! E mandano a farsi fottere secoli di storia patria con l’illusione di fottere me. Sapessero quanto mi fanno schifo loro!… Marmaglia! I singoli voti non sono che marmaglia. La marmaglia che si dimena fra Cristo e Giuda. L’intera gamma delle umane miserie. Fossero monete, ci faresti manco una mancia, un’elemosina. Spicci. I veri voti cominciano da diecimila, senti che ti dico!… Ecco, diecimila è un vero voto. Questo è il tuo vero voto; i diecimila che mi porti in dote. Quelli però me li lasci, come mai?… Quelli ti fanno comodo, cara la mia first Lady Macbeth. Diecimila. Roba seria. O a te piace l’uno più uno? Non posso crederci! – lei ha di nuovo uno sbotto di risa – Ti va di ridere? E ridi!… Sono contento che ridi. Ridi di te, però, bella mia! Ridi di cose che ti riguardano!… Di te, senza i tuoi diecimila.”
“Di più.”
“Quindici?”
“Alza, alza.”
“Ventimila, meglio! Due voti veri. Due, di quelli veri veri.

Complimenti! Ma io dico di quando conti per uno e basta. Ti piace l’idea?… Ogni singola matitina, ogni documento, ogni scheda, sai a cosa mi fa pensare? A due ascelle sudate, a un PH della pelle diverso dall’altro; puzzano. Abitano case che puzzano. Dentro e fuori. Di soffritto, di broccoli, di sugaglia, di sogni minuscoli come cimici, penosi, accompagnati da un continuo jingle televisivo che si mescola alle loro vite come un tanfo sonoro. L’Italia… sogni di quiz, di scudetti, di veline, di mostri che per loro esistono solo in video, lì. Mostri guardati da altri mostri. Che bell’affare!… Un immenso pianerottolo! Un gigantesco condominio di condòmini truffati dall’amministratore, che è uno di loro. Questa è la gente: brutta gente. È la massa del pallottoliere, dell’uno più uno, che va bene giusto per farti eleggere capoclasse; allora meglio la massa ideale… metafisica, platonica, che non puzza neanche un po’. Come qui dentro. Nessun odore. Ah. La purezza. Votate Cravero e votate la purezza. Nessun-odore. Io è su questa massa qui che ho governato, su questa massa ideale, disinfettata, che si fa reale se governata da me. Popolo. Si fa popolo. Il mio giusto popolo. A farlo, però, ci vuole talento; una competenza che ha un nome preciso: professionismo. – lei ride più sonoramente – Invece di ridere perché non mi interrompi e mi spieghi perché ridi? Converrebbe. Renditi utile! Azienda di famiglia. Quella mica è stata smantellata, non ti credere. Non mi sembra che tu ne abbia nessuna voglia. Allora?… Una piccola tempesta di cervelli, su!… Magari comincio a dire stronzate e neanche me ne accorgo.”
 
 
 

Author: Cris

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