Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma “I am You” di Sonia Nassery Cole.

In meno di 24 ore direttamente da NYC a Roma approda alla Festa del Cinema di Roma la proiezione dell’ultimo film della regista afghano- americana; l’abbiamo incontrata ed intervistata per CHPO.

Manifesto del film di Sonia Nassery Cole

Intervista di Cristian Arni (si ringrazia Irene Bozzi per la preziosa ed insostituibile collaborazione)

Sonia Nassery Cole è una di quelle donne che non si risparmiano, neanche di fronte al pericolo. Regista, attrice, autrice, produttrice e in primis attivista, si è sempre prodigata per i diritti umani del suo paese di origine: l’Afghanistan. Arrivata giovanissima negli Stati Uniti scrisse all’allora Presidente, Ronald Reagan che acconsentì di aiutarla quando l’Afghanistan era sotto l’invasione Sovietica. Da allora la Nassery Cole di strada ne ha fatta tanta, aveva soli 19 anni quando lanciò la sua prima campagna di raccolta fondi, oggi è una donna determinata come sempre.

Nel tempo è diventata regista, ha diretto due lungometraggi che si sono distinti: il primo nel 2010, “The Black Tullip”, una pellicola che tra i vari premi fu nominata dall’Academy Awards a concorrere all’83ma edizione delle ambite statuette, nella categoria “Miglior film straniero”.

L’altra pellicola è recentissima, il film attualmente è in fase promozionale si intitola: “I am you”, in odore anche questo di concorrere per due importanti premi: i Golden Globe e il premio BAFTA , vedremo, nell’attesa abbiamo assistito all’anteprima in occasione della chiusura della Festa del Cinema di Roma, l’ultimo film proiettato nella Sala Alice, dopo di che i proiettori della XIVma edizione della Festa si sono spenti.

Prima del film abbiamo incontrato la regista afghano-americana dopo la presentazione alla Stampa ed abbiamo realizzato questa intervista in esclusiva, nella quale ci parla del suo punto di vista di donna, cineasta e “rifugiata” in un altro paese.

La storia di “I am you” racconta la fuga dal regime Talebano di un giovane che insieme ad altri profughi cercano di raggiungere l’Europa; il cammino sarà duro e pieno di insidie, attraversare confini delle zone calde nel vicino Medio Oriente. Andar via dal proprio paese, lasciando la propria famiglia, i propri affetti per costruirsi un futuro migliore e aiutare a casa significherà confrontarsi ed esporsi con la realtà e i suoi rischi.

La storia raccontata come fiction è basato su una storia vera e ci ha tenuti inchiodati per tutta la durata del film.

Tutte le immagini nella Gallery presenti in questo articolo sono ad opera del titolare che ne detiene i diritti di replica e diffusione, pertanto ne è vietata la copia per usi e fini commerciali, i trasgressori saranno perseguiti secondo le disposizioni vigenti in materia di tutela e Copyright. Il detentore esclusivo è Cristiano Arni di ChPressOffice (Cris Hars Press Office) acronimo CHPO.

Cosa ci puoi dire delle varie ondate migratorie dalle zone colpite da regimi, guerre, oppressione e povertà?

Nessun rifugiato vuole lasciare il proprio paese; è una costrizione indotta dalle condizioni di non vita, pericolo e sofferenza che spinge a lasciare la propria casa, la propria famiglia, i propri affetti per mettersi in salvo.

Noti differenze tra le varie migrazioni?

Certo. Chi lascia il Guatemala lo fa per migliorare la sua condizione socio economica, non si buttano bombe in Guatemala, non c’è la guerra o la lotta per la sopravvivenza come può esserci in Afghanistan, Iraq, Siria dove senza nessuna ragione si scatenano offensive, e sono arrabbiata con il mio paese, gli Stati Uniti per queste ragioni. Si uccidono persone e si innesca il terrorismo.

Parlando del tuo ultimo film “I am you”, quale è stata la tua urgenza, necessità che ti ha mossa a realizzare questa opera?

Rispondo dicendo che non si può partire senza tenere conto del fatto che questo film sia raccontato da un punto di vista femminile, realizzato da una donna in condizioni e zone dove lo stato della donna è molto inferiore che altrove. Le donne hanno un punto di vista diverso, diversa sensibilità che gli uomini non possiedono perchè magari non hanno confidenza con quella parte di loro e allora ecco, che la donna e l’uomo possono collaborare insieme unendo le diverse sensibilità e forze. Nell’industria cinematografica ad Hollywood e anche in altre parti del mondo le donne stanno arrivando sempre più vicine ad una soluzione per liberarsi di tutte le difficoltà che finora hanno dovuto fronteggiare.

Hai riscontrato difficoltà da questo punto di vista con la tua crew?

Devo dire che la mia crew e tutti quelli che hanno lavorato con me hanno saputo trovare amore nei miei confronti e credere in quello che ho fatto. Anche se il ruolo della donna regista è diverso perchè l’uomo riesce sempre ad essere percepito come forte e autorevole, le donne hanno un diverso approccio e potrebbe essere interessante la sinergia che si viene a creare tra entrambe le parti.

Pensi che le donne vogliano imitare o essere pari agli uomini?

Sembra che le donne stiano combattendo per essere simili a loro ma le donne sono meglio dei maschietti, possiedono tanti doni, doni diversi chiaramente e bisogna includere gli uomini dal movimento femminile e femminista senza allontanarli, perchè gli uomini sono i mariti delle donne, i figli delle donne , i fratelli delle donne quindi devono far parte del movimento. Altrimenti come potremmo arrivare al successo delle istanze del movimento senza che il 50% della popolazione ci aiuti.

Rispetto alle zone di cui parli nel film questo discorso come si inserisce?

Parlando delle zone che ho raccontato è molto difficile oggi rapportarsi con la Turchia e il suo regime, per esempio. E’ un paese fortemente conservativo, fortemente islamizzato, una Turchia in cui mancano le libertà rispetto a prima. In Afghanistan, Iraq, Somalia, Africa in tutte le zone di guerra vediamo una soppressione delle donne, perchè attraverso questa dinamica gli uomini riescono a sentirsi più forti attraverso il controllo, ma finalmente stiamo arrivando ad una svolta.

In che senso?

L’Ambasciatrice a Washington è una donna, l’Ambasciatrice alle Nazioni Unite è una donna, anche in Italia ci sono cariche istituzionali coperte da donne. Sembra che la soppressione delle donne in Iraq le abbia fatte impazzire e quindi reagire prendendo un impegno diplomatico per opporsi a questi atti di soppressione femminile.

Quindi possiamo dire che questo sia un momento propizio per il tuo lavoro?

Rapportandomi alle zone da cui vengo e che ho raccontato e al mio lavoro e punto di vista femminile posso dire che questo è il momento giusto per essere una regista donna perchè in un certo senso si può “combattere” e iniziamo a poter raccontare.

Non possiamo negare un certo scredito nel lavoro femminile…

Film comici, romantici, ecco la definizione delle donne, la visione che si aveva prima. Ora le donne vanno anche in guerra e raccontano la guerra ed è quello che ho fatto anche prima con il mio precedente film “The Black Tullip”, in cui stavamo girando direttamente sotto le bombe. Il film è andato molto bene, ha girato, ha vinto molti premi è stato candidato agli Oscar. Avevo un cast e una crew che lavoravano per me, ma ho iniziato a perdere pezzi perchè straordinari collaboratori non volevano continuare a lavorare in quelle condizioni ma io andavo avanti integrando il cast ogni volta che qualcuno ci lasciava.

Un rischio notevole, per quali ragioni?

Il Film è una magia, un dono che Dio ti dà, il dono di raccontare una storia, di passare un messaggio e dare voce a chi non ce l’ha.

Immaginiamo le difficoltà, ce ne vuoi parlare?

Letteralmente non è stato facile. Ho dovuto affrontare delle situazioni molto difficili, ma grazie a Dio (nonostante non sia particolarmente religiosa in un Dio , un potere più alto ci credo) sono riuscita ad andare avanti perchè una forza superiore, il destino mi ha spinta ad andare fino in fondo.

Riassumendo in una parola queste esperienze?

Un inferno in terra.

Come è stata l’esperienza per i tuoi attori e la tua crew?

E’ stato un lavoro impegnativo perchè gli attori afghani, simili forse agli attori italiani, sono molto drammatici. Ho dovuto chiedere loro di recitare il meno possibile. A parte questo è stata un’esperienza che vorrò ripetere in futuro con loro perchè sono riusciti a sentirmi, a percepire l’amore che volevo dare nonostante le difficoltà che avevo. Siamo riusciti a entrare in un rapporto collettivo in cui andavamo tutti insieme verso una direzione. Sono riusciti ad affidarsi e credere in me e nel lavoro che stavo facendo e alle domande che mi stavo ponendo, ascoltando quello che gli ho chiesto e che volevo da loro.

Era un cast e crew internazionale?

Si è trattato di un cast e crew di persone composto in parte da professionalità afghane e turche, si può dire si trattasse di un ensemble anche se purtroppo a causa di quello che ho detto prima, le difficoltà e le guerre in quella parte di mondo purtroppo non possono essere qui con noi stasera, sono qui solo con la mia attrice: Cansu Tosun.

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