“L’indecenza della forma” di Giuseppe Manfridi, al Teatro Vascello, regia di Marco Carniti

La viva drammaturgia di Manfridi si incarna in scena grazie ad una grande interprete: Francesca Benedetti, diretta magistralmente da Marco Carniti.  Serata unica in memoria di Pasolini nel 44° dall’atroce delitto.

di Cristian Arni

Sabato due Novembre è una data che non si può ignorare per ovvie e laiche ragioni. Meno laiche sono le due ricorrenze in cui si è consumato uno dei più atroci delitti italiani tra la notte di Ogni Santi e il giorno della “Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum” , scherzo del destino, caso o fatidica coincidenza, sacro e profano convergono in quella notte con l’assassinio di uno degli intellettuali più emblematici e controversi del secolo scorso.

Non possiamo non descrivere il contesto sociale e culturale dell’epoca nel quale si consuma il brutale assassinio, un’Italia fortemente dicotomica, divisa tra cattolicesimo e laicismo, rivoluzione dei costumi e conservatorismo, anni di piombo, terribili e turbolenti, questo il contesto storico, l’humus fertilizzante in cui si consumano eventi delittuosi, la morte dell’amato fratello Guido “…tra parricidio e figlicidio, tra chi co- manda e chi è co- mandato in trincea, a morire, tra chi muore e chi sopravvive…”, per dirla con l’autore; è in questa spietata e spregiudicata lotta alla sopravvivenza o alla convivenza inadeguata che muove i passi la mise en espace de “L’indecenza della forma”, attraversando l’epopea pasoliniana, un’iperbole che dà vox al fratello Guido e alla plebe, agli amanti passando da Carlo di “Petrolio” procedendo, per versi, all’epigone, con la conclusione de “Le 120 giornate si Sodoma“, in mezzo ci passa una vita, la famiglia, “…il poeta bambino e il poeta adulto, il padre delittuoso, la madre onnivora, il fratello caro agli Dei e Saturno, appunto divoratore dei propri figli, la plebe e gli amanti” riflette Manfridi.

Il drammaturgo e scrittore, Giuseppe Manfridi ph by Cris Hars Press Office

Il due Novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini, come è noto, venne rinvenuto senza vita presso l’idroscalo di Ostia; quel corpo minuto e bisognoso di corpi da “amare”, che lo amassero a sua volta, senza anima, fu brutalmente sfigurato dalla violenza di chi compì un atto di una violenza inaudita, un delitto che ancora oggi cela molte perplessità, sarà proprio per questo che l’autore dice “L’indecenza e la forma è uno spettacolo che va oltre, è una discesa a capofitto nella spirale dei gironi pasoliniani…”, dove troverà però il suo inferno, restando in tema letterario dantesco, e magari redento, attraverso il Purgatorio ascendere al Cielo.

Foyer Teatro Vascello ph by Cris Hars Press Office

Al Teatro Vascello a Roma va così in scena, Sabato sera  un testo potente con il quale si è voluto omaggiare la figura di Pasolini, spettacolo che debuttò nel 2017 al Teatro Argentina riscontrando un grande successo; tanti gli ospiti presenti in sala tra cui: Marika Carniti Bollea, la figlia Barbara, Irene Bozzi, Monica Fendi, l’attore Pippo Franco e tanti altri.

L’occasione giusta per riproporlo si è ripresentata nel giorno della triste ricorrenza, una data unica, in tutti i sensi, senza replica, come sottolinea nel suo prologo, Giuseppe Manfridi, “pater et spiritu sanctis” investito della deità propria dei grandi autori.

Foto di scena by Cris Hars Press Office: a sin. l’autore, Giuseppe Manfridi; a des.l’attore Dario Guidi

La regia condensata e densa è stata firmata da uno de più interessanti ed affermati registi che abbiamo attualmente: Marco Carniti, che dirige senza eccessivi impianti scenografici, una dirompente e strepitosa Francesca Benedetti che per più di un’ora incarna l’oracolo, con i versi crudi e brutali, carichi di bramosia e amore che conducono lo spettatore nella voragine pasoliniana.

ph by Cris Hars Press Office

La grande attrice è stata affiancata in scena dalla figura del giovane Dario Guidi, un corpo svestito, solo un mutandone candido, bianco, un giovane che raffigura i “ragazzi di vita” e come Pasolini/Cristo, si fa anima e corpo, carne e sangue, vittima e carnefice di sè in primis. In scena anche l’autore, Giuseppe Manfridi che da prologo si incarna nella figura di un Sofocle contemporaneo, come da lui sottolineato, che pre- scrive come i bugiardini delle medicine, annotazioni varie nel divenire della performance.

ph by Cris Hars Press Office

Gli spettatori sono accolti in sala trovano la scena en plein air dove stanno un lungo tavolo che evoca suggestioni del Cenacolo Vinciano di Santa Maria delle Grazie, alle cui estremità stanno seduti, ognuno per sè, l’autore e l’attore che incarna quel corpo/quei corpi presto depredati e bisognosi di amore, di altri corpi. Tavolo su cui stanno pagine, fogli, libri aperti, dove presto si consumerà il pasto, l’ultima cena dove sarà sacrificato l’agnello, dalla sua stessa bramosia e tortura famelica.

ph by Cris Hars Press Office; in scena l’attrice Francesca Benedetti e Dario Guidi

Sul fondo della scena, illuminata dal pavimento con fasci di luce che conferiscono suggestioni e profezie pronte a consumarsi davanti agli occhi del pubblico, è proiettata una delle poesie più significative e struggenti del poeta Pasolini, che descrive bene, se vogliamo, la sua “poetica” di vita,, la sua angoscia: “Supplica a mia Madre”.

ph by Cris Hars Press Office; Giuseppe Manfridi all’inizio dello spettacolo

Dopo l’introduzione di Manfridi quei versi sono ri- consegnati ed affidati alla voce originale di Pasolini; appare dal fondo come personaggio della Tragedia Greca, con una tunica di velluto rosso, illuminata dal fondo, Francesca Benedetti, entrata di grande effetto che Carniti ha pensato nella collocazione della scena bilanciando il giusto equilibrio del piano visivo.

ph by Cris Hars Press Office; l’attrice Francesca Benedetti

Bisogna evidenziare che il regista per l’occasione ha dovuto “sacrificare” parte della precedente versione, adeguando la drammaturgia e la scenografia all’occasione, nonostante questo però non si è affatto smarrito il senso estetico e narrativo della mise en espace che ha pure mantenuto e rinnovato il forte impatto emotivo e visivo tra suoni, suggestioni luminose, parole in versi e voci, le tante voci nell’interpretazione energica e potente di Francesca Benedetti, grande mattatrice della serata.

La Benedetti tiene la scena in pugno, pure con qualche fastidio tecnico dovuto alla fonica, nonostante questo ha dato ennesima prova della sua professionalità di fine interprete capace di ricorrere a tutto il suo bagaglio tecnico a piacimento, un cavallo di razza pura sulla scena.

ph by Cris Hars Press Office; Francesca Benedetti con Dario Guidi in scena

L’attrice si fa tramite e raccordo tra la penna dell’autore in scena anche lui e il pubblico, diretta come un’orchestra sinfonica da un Carniti che la guida impeccabilmente alla regia facendole incarnare perfettamente “il verbo” di Manfridi e ne fa corpo e suono nella sua voce dirompente. Tutto accade nel suo svolgersi, Sofocle/Manfridi instilla le parole nel meccanismo che Carniti ha disegnato per la Benedetti, una scrittura scenica che si compie nell’atto stesso del suo dis-farsi, dopo di che, applausi, tanti, e standing ovation.

Serata unica e irripetibile, chi c’era può dir di aver assistito a qualcosa di struggente e vivo!

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ph by Cris Hars Press Office; Applausi per il regista Marco Carniti chiamato a sorpresa sul palco.
ph by Cris Hars Press Office; momento finale dello spettacolo
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Author: Cris

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