La Siberia del regista Abel Ferrara tra gelo, deserto e caverne. Nelle sale.

di Cristian Arni

 

 

L’ultimo film di /Abel Ferrara, il regista italo- americano che più di altri ha indagato il lato oscuro dell’essere umano, si intitola “Siberia“; uscito nelle sale italiane il 20 Agosto, abbiamo assistito alla proiezione a lo abbiamo trovato un film che sinceramente merita attenzione.

La produzione è una coproduzione tra Italia- Germania- Messico; per l’Italia alla produzione hanno partecipato: Vivo e RAI Cinema, con il supporto della Regione Lazio ed il MiBACT oltre che alla IDM Südtirol – Alto Adige Film Fund, le location infatti sono in Sud Tirolo, dalle parti di Bressanone, nella Val Pusteria.

Il protagonista tormentato è interpretato da Willem Dafoe, alle prese con i propri conflitti interiori che lo condurranno a compiere un viaggio quasi iniziatico.

Panorami innevati, boschi, e bufere di neve, cime e creste montuose accompagnano questa introspezione, alle prese con i propri fantasmi. La fotografia ritrae esterni dove la pellicola vira totalmente ad un verde che rende il paesaggio ancora più misterioso, negli interni non siamo quasi mai en plain. air, la figura di Clint/Dafoe è avvolta da chiaroscuri, luci ed ombre che negli interni esprimono il caldo ambiente di una baita, contrapposto al siderale gelo esterno.

Per quanto ci riguarda la pellicola ha ottimi pregi sul piano narrativo che a volte però, possono tendere a sviare l’attenzione dello spettatore; una polissemia di simbolismi annessa alla polissemia linguistica dei vari personaggi che parlano nel proprio idioma senza alcun supporto traduttivo a cui risponde da contraltare, Dafoe che recita totalmente in italiano con la sua voce naturale, priva di doppiaggio, fanno intuire, lasciano svelare allo spettatore ciò che accade sul grande schermo.

 

 

Alcune idee registiche rasentano l’ingenuità ma non sapremmo dire se Ferrara voglia o meno dire qualcosa di più oscuro, sta di fatto che a certe defaillance registiche rimedia un attimo dopo, catturando l’attenzione dello spettatore che viene trascinato in un mondo quasi mitologico ed irreale, suggestivo e claustrofobico in certi momenti.

Ai paesaggi innevati di una “Siberia” più interiore che reale,, popolata da figure arcane, simili ai personaggi dei tarocchi, fanno da contraltare immagini di dune desertiche, sferzate dai caldi venti sciroccali, animate da beduini del deserto, dove Clint, sempre in compagnia dei suoi fedeli cani da slitta, attraversa vestito con gli abiti da montanaro.

 

Il passaggio dei piani, il cambio di panorami che ospitano il protagonista è un movimento interno dello stesso, che vaga lontano da casa, quella casa dove si è isolato dal resto del mondo, in mezzo alla neve; il suo contrappasso che poi lo ricondurrà verso quei monti, o se preferite verso quelle steppe siberiane, dove la sua casa non sarà più, distrutta da un incendio, il fuoco che brucia purifica con le ceneri il passato, ora per Clint è giunto il momento di tornare al presente e costruire un nuovo futuro.

Il film prende le distanze da quelle città violente e cupe, animate da personaggi emarginati dalla società, in cerca di redenzione, per isolare il suo protagonista, Clint, confinandolo lontano dal mondo esterno. Clint cerca anche lui la redenzione, passando attraverso le diverse fasi in cui incontra se stesso riprodotto in altri personaggi che lo rispecchiano, interpretati sempre da Dafoe stesso, al quale va li merito di una interpretazione secca e intimista, di cui apprezziamo lo sforzo di recitare in italiano, scelta questa, dei diversi piani di linguaggio, che resta comunque una scelta registica che non ci sentiamo di criticare o esaltare.

Il film è stato presentato poco prima del lockdown per la pandemia da Covid, al Festival Internazionale del Cinema di Berlino a Febbraio.

Vale la pena vederlo, è il nostro “verdetto”.  

Author: Cris

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