#Ioapro, DPCM: decalogo pratico commercianti motivati

 

 

 

 

di Cristian Arni

 

 

 

 

 

 

Tutt’altro che folklore locale o pallida protesta, i commercianti, i liberi professionisti e tutto il comparto Ho.Re.Ca è allo stremo.

Così come riportato dai Media ufficiali la situazione è particolarmente delicata; si va dall’ospitalità nelle strutture ricettive ed alberghiere, alla ristorazione, dagli stabilimenti balneari agli impianti sciistici, fino a Pub, BarEnoteche, tutti lamentano perdite economiche nel corso di questo anno di pandemia globale, gestito mediante: DPCM e decreti, che hanno penalizzato il settore.

E le prospettive future sono tutt’altro che rosee: si pensa già alla prossima stagione estiva e ai tanti esercenti ed operatori che non sapranno neanche se apriranno gli stabilimenti balneari o le strutture ricettive.

Le cose non vanno certo meglio per quanto riguarda questa stagione invernale: gli impianti sciistici e le strutture alberghiere stanno risentendo enormemente delle disposizioni per il contenimento della pandemia da Covid-19 e le misure economiche a disposizione, predisposte per affrontare la grave crisi ed emergenza economica, rischiano di non soddisfare le esigenze di quanti rischiano il lavoro.

La cassa integrazione è un altro tallone d’Achille, forse anche quello più sensibile; occorrono misure ferme e decisive per sanare le perdite, e certo non è la soluzione migliore, a lungo termine. Così, per fronteggiare queste e tante altre problematiche, qualcuno inizia a pensare a forme di “protesta bianca”, organizzandosi in qualche modo, unendo le forze, per sensibilizzare maggiormente il mondo delle istituzioni e della Politica, per far sentire la propria voce.

Non ne possono più di vivere e lavorare in queste condizioni, dicono, e se da un lato c’è chi “minaccia” di chiudere bottega, non solo come forma di protesta, dall’altro c’è invece, chi “minaccia” di aprirla, anche ad oltranza, a scapito di quanto imposto dal Governo.

Del resto come dare torto ai tantissimi imprenditori, ricchezza del nostro paese, un comparto che incrementa il Pil Italiano e che in questo momento storico sta risentendo fortemente delle perdite causate da questa situazione di emergenza sanitaria.

Come biasimare il loro senso di responsabilità: hanno sulle spalle la vita dei propri dipendenti e delle loro famiglie, oltre che dover mandare avanti la propria attività che aiuta il sistema Italia ad a produrre, non ultimi i loro sacrifici, economici e famigliari, vite professionali e private che risentono della difficile situazione in cui sono.

Le spese corrono, gli affitti sono da pagare e le utenze certo non si fermano, anche se si tengono chiuse le attività commerciali, alberghiere e della ristorazione, le spese di gestione ci sono, eccome. Le tasse, quelle poi…e che dire dei: fornitori, della merce in magazzino, dei beni deperibili e di tutta la “filiera”, la catena di montaggio che tiene insieme le attività?

Bisogna comunque rifornire la propria attività della merce necessaria per cercare di lavorare pur se a queste condizioni, facendo lo slalom tra un DPCM e l’altro, tra un decreto ed una chiusura anticipata delle attività. 

E’ possibile ancora per quanto andare avanti in questo modo?

L’asporto: una panacea per affrontare alla meglio le imposizioni di contenimento della pandemia, non può essere, lo sappiamo bene tutti, una soluzione da adottare ad oltranza, e gli orari ridotti di apertura ed esercizio, non sono sufficienti a chi deve mandare avanti la propria attività imprenditoriale.

Il leit motiv grosso modo è lo stesso, ovunque, in lungo e in largo la penisola italiana è percorsa da una sofferenza collettiva che rischia di trasformarsi, siamo già a buon punto, in una crisi economica e lavorativa, senza precedenti.

Ma prima di arrivare a tanto, prima che il nostro paese, eccellenza del comparto turistico, alberghiero e della ristorazione, subisca ulteriori danni economici, occorre che qualcosa si muova immantinente; qualcosa in realtà già sta avvenendo grazie ad iniziative “private”, sappiamo quanto la libera iniziativa ed il privato in Italia siano ostacolati, chissà perchè, ma ben  vengano quando i lavoratori autonomi, privati devono pagare le tasse, nevvero?! Vera fonte di reddito del fisco italiano.

Allora non è proprio il caso di aspettare che la goccia faccia traboccare il vaso, perchè una volta tracimata, l’onda anomala potrebbe travolgere tutto e tutti.

Così avviene che ad un certo punto mi ritrovo a parlare con un imprenditore locale, nell’agro pontino, quella parte dell’Italia centrale operosissima e produttiva, un’area geografica che fu una palude salmastra e insalubre, trasformata in seguito in una fiorente e ricca zona dell’agro romano, ma non solamente relativo all’agroalimentare.

Così, stringendo un attimo il campo, con una “zoomata” mi trovo a conversare con un commerciante che ha un locale sul litorale della zona su menzionata e, mentre consumo un ottimo caffè nel suo locale, un locale che si intuisce subito essere accogliente, che non fatico immaginare, prima di questa situazione surreale, pieno di clienti ed avventori ad ogni ora del giorno e della sera, specie nei fine settimana, poichè dispongono di posti a sedere e di un menù, che al momento è possibile ordinare rigorosamente con il servizio di asporto nella sola seconda parte della settimana, a ridosso del fine settimana.

Sorseggiando questo buon caffè, mi guardo intorno, osservo il locale, vuoto, solo io, il gestore e la barista; non faccio fatica a pensare alle enormi difficoltà nelle quali si possa venire a trovare chi alza la serranda ogni giorno, già in condizioni normali, figuriamoci ora poi, di fronte a questo panorama, cosa significa fronteggiare i costi e le spese per mandare avanti la propria attività, riuscendo inoltre a ricavare un minimo di utile dal proprio lavoro.

Prima di entrare nel locale, mi accerto che sia aperto, sbircio, butto un sguardo vago all’interno, da fuori, non scorgo nessuno all’interno nè all’esterno; non distinguo, condizionato come sono del resto, dalle nuove disposizioni emanate dal Governo, se il locale sia aperto al pubblico o se sia chiuso o se già è in vigore l’asporto anche solo per un caffè.

Intravedo che all’interno le luci sono basse, non so se sia più per mantenere un minimo di atmosfera o forse per ammortizzare i costi di corrente, che in un Bar, Ristorante non sono certo uno scherzo.

Mi affaccio timidamente, vedo all’interno dietro il bancone la barista che comprende i miei gesti e mi fa cenno di entrare, ha così inizio quel “sacro rituale” del caffè, che specie noi italiani piace consumare al bancone, ci vogliono privare anche di questo?

Al momento di saldare il conto alla cassa noto un volantino/manifesto appeso sul parapetto del bancone, che riporto qui sotto:

 

 

 

 

Incuriosito da quanto sopra riportato, chiedo al titolare del locale, informazioni in merito che molto gentilmente mi vengono illustrate senza reticenza alcuna; apparentemente una iniziativa provocatoria, ma nella realtà si mostra tutt’altro.

Una forma di “protesta” sensata ed equilibrata, illustrata nelle ragioni in “documento”, una lettera piuttosto accorata e molto pragmatica, redatta e sottoscritta a più mani tra Enti autonomi e Associazioni di categoria, all’indirizzo del Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri e al Ministro delle Attività Produttive, Stefano Patuanelli, inclusi i Prefetti di alcune Regioni del Nord, del Centro e del Sud Italia che partecipano all’iniziativa.

Di questo documento, pervenutoci dal titolare del locale di cui sopra, riportiamo integralmente il testo in calce, in modo possiate prenderne visione, con l’auspicio che aumenti la sensibilizzazione di quanti leggeranno questo articolo: 

 

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Author: Cris

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