Focus tra Italia e Giappone ad un anno esatto dall’inizio dell’emergenza sanitaria

 

 

 

 

da redazione

 

 

Vediamo di fare un salto indietro nel tempo, tornando all’anno scorso, esattamente al 23 Marzo 2020, il momento in cui il mondo, Italia subito dopo la Cina, sperimentava gli effetti causati dal Covid-19. Oggi, esattamente un anno dopo, ripercorreremo alcune tappe, con una specie di “rassegna stampa” che ci aiuterà a ricostruire quei terribili giorni tentando di capirne le differenze, se ci sono, un anno dopo. Abbiamo raggiunto il giro di boa del primo anno, speriamo tanto, sia anche l’ultimo, di questa gravosa circostanza globale.

 

Su un sito che osservavamo in quei giorni apparve quanto sotto riportato:

«Il tasso di letalità in Italia è quasi il triplo che in Giappone», scriveva il Japan Times. Ecco che risposte si diede. Di seguito la traduzione di ampi stralci dell’analisi comparsa sul giornale giapponese japantimes.co.jp

Il Giappone, pare fu uno dei primi paesi al di fuori della Cina, colpiti dal coronavirus e subito dopo fu uno dei paesi meno colpiti tra le nazioni sviluppate. Questo fu sconcertante secondo gli esperti di salute.

A differenza delle draconiane misure di isolamento della Cina, la quarantena di massa in gran parte dell’Europa e delle grandi città statunitensiil Giappone non impose quasi alcun blocco. Mentre fu disposta la chiusura delle scuole, la vita continuò normalmente per gran parte della popolazione. I treni dell’ora di punta di Tokyo erano ancora affollati e i ristoranti restarono aperti, lo so per certo poichè all’epoca ero in contatto diretto con giapponesi a Tokyo.

Il dubbio e la sorpresa che colpì chi aveva uno sguardo al Paese del Sol Levante fu se in quel momento il Giappone avesse schivato un proiettile o stesse per esserne colpito. Il governo sostenne di essere stato aggressivo nell’identificare i primi casi e contenere la diffusione. 

Rispetto a quanto avveniva in Occidente e in Italia, i passi compiuti per contenere il virus – come chiudere le scuole e annullare alcuni eventi di grandi dimensioni – sembravano misure modeste e irrisorie.

Fino al 23 Marzo in Giappone si contavano poco più di 1.000 casi confermati e 44 decessi.

A Tokyo, tra le aree metropolitane più fitte del mondo, i casi costituivano lo 0,0008% della popolazione. L’Hokkaido, la zona più colpita del Giappone, in quegli stessi giorni abolì lo stato di emergenza a causa del rallentamento di nuovi casi.

La vicinanza del Giappone alla Cina potrebbe aver contribuito a far scattare l’allarme quando la malattia si trovava in una fase più controllabile. Alla fine di gennaio, poco dopo la prima infezione del Giappone da parte di una persona che non era stata in Cina, i disinfettanti per le mani iniziarono a spuntare negli uffici e nei negozi, le vendite delle mascherine aumentarono e le persone iniziarono ad accettare le regole di base per proteggere la salute pubblica. Ciò potrebbe anche aver contribuito ad appiattire la curva delle infezioni nel paese.

Nonostante la contagiosità del virus, un rapporto del 9 marzo di un gruppo nominato dal governo affermava che circa l’80% dei casi identificati in Giappone non aveva trasmesso l’infezione ad altri.  “Molti cluster di infezione sono stati identificati in una fase relativamente precoce”, ha detto il gruppo di esperti scientifici in un rapporto di quel mese. L’allora primo ministro Shinzo Abe citò tali risultati quando disse che il Giappone non aveva ancora avuto bisogno di dichiarare lo stato di emergenza.

Oltre al fatto che in Giappone sono abituati ad uno stile di vita di maggiore coesione interna, all’osservazione ferrea delle regole e al fatto che già prima del Covid certe abitudini come: mascherine, gel disinfettanti e guanti, oltre ad un alta igiene sono di circostanza, v’è anche una serie di fattori culturali ai quali sono abituati che poi sono quelli del contatto sociale: una cultura in cui le strette di mano e gli abbracci sono meno comuni rispetto alla consuetudine italiana, per esempio. Va inoltre detto che il Giappone ha tassi di lavaggio delle mani superiori a quelli dell’Europa.

All’epoca anche i casi di influenza stagionale furono in calo da più settimane consecutive, proprio mentre il coronavirus si stava diffondendo, indicando che i giapponesi potrebbero aver preso a cuore la necessità di adottare alcune misure di base per arginare le malattie infettive.

I dati del Tokyo Metropolitan Infectious Disease Surveillance Center mostravano che i casi di influenza erano ben al di sotto dei livelli normali, con i casi a livello nazionale che raggiunsero il minimo dal 2004 ad allora.

I funzionari giapponesi affermarono di essere fiduciosi nel loro regime di test mirati. “Non vediamo la necessità di utilizzare tutta la nostra capacità di test, solo perché ce l’abbiamo“, disse il funzionario del ministero della salute Yasuyuki Sahara durante un briefing martedì. “Né pensiamo che sia necessario testare le persone solo perché sono preoccupate.”

La situazione di Giappone e Italia all’epoca:

“Il tasso di letalità in Italia è quasi triplo del Giappone”, dichiarò Yoko Tsukamoto, professore di controllo delle infezioni presso l’Università di Scienze della Salute di Hokkaido. “Parte del motivo è che in Italia se vieni testato, ti tengono in quarantena, quindi significa che non hanno abbastanza letti per pazienti relativamente non gravi.”

Ecco centrato il punto già all’epoca, da tutt’altra parte del pianeta; la domanda ora è: come mai loro lo capirono e noi no? Come mai loro lo dissero e noi tacemmo? Come mai loro lo sapevano e noi facemmo finta di nulla?

Il Giappone ha circa 13 letti d’ospedale per 1.000 persone, il più altotrale nazioni del G7 e più del triplo rispetto a Italia, Stati Uniti, RegnoUnito e Canada, secondo i dati della Banca Mondiale, con tutto che il nostro sistema sanitario italiano sia vanto e motivo di orgoglio nazionale, per altro a ragione, a dispetto dei tantissimi tagli alla sanità pubblica, agli sprechi e alla gestione spesso maldestra.

Gli ospedali giapponesi non si stanno affollando e non c’è stato alcun picco dei casi di polmonite, hanno detto i funzionari sanitari del sol levante. Addirittura un gruppo di esperti del governo nipponico affermò che qualche giorno dopo sarebbe stato possibile riaprire le scuole in aree senza nuovi casi confermati all’inizio di aprile.

Author: Cris

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