Diamo a Cesare quel che è di Cesare…uno spettacolo terribile e…Brut-ale.

di Cris Hars

Abbiamo raccolte le nostre impressioni dopo aver assistito al “Giulio Cesare” di Daniele Salvo e le abbiamo confrontate con i commenti sentiti tra gli spettatori nell’intervallo tra il primo e secondo tempo dello spettacolo. Tutto questo lo abbiamo sintetizzato in queste righe che non hanno certo la pretesa di essere una recensione esaustiva dello spettacolo, compito che lasciamo volentieri ai canali ufficiali.

ph by cris hars press office

Roma 4 Ottobre, Silvano Toti Globe Theater, Villa Borghese- Il Giulio Cesare di Shakespeare messo in scena da Daniele Salvo ha le ore contate, smonterà le “tende” Domenica 6 Ottobre, noi siamo arrivati in tempo prima dell’ultima replica.

Se ancora non lo avete visto, avete tempo oggi e domani per assistere alle cospirazioni ordite da Cassio, Bruto & Co.

Delle circa tre ore di spettacolo a cui abbiamo assistito possiamo dire in sintesi questo: che siamo stati attenti al lavoro messo in scena, il testo shakespeariano è superbo tanto quanto il suo protagonista; non è solo un fatto storico, di cronaca storica e politica del quale si parla nel dramma, ma si tratta dell’ indagine, in profondità, dell’animo umano, così preso dalle sue ambizioni, debolezze, vizi e virtù.

L’incipit dello spettacolo è un effetto estraniante, viene alla mente qualcosa di Eyes wide Shut, immediatamente dopo il prologo ci troviamo dentro il dramma vero e proprio, Cassio spende energia per convincere Bruto a compiere gli intrighi orditi.

Gli attori sono partiti in quarta e da allora non si sono stancati un istante, non hanno mai rallentato, mostrando un’impegno fisico notevole per una partitura affascinante quanto complessa e, che piaccia o meno lo stile recitativo, forse si, un pochino sopra le righe e, secondo qualcuno, un po’ artefatto e manieristico, in realtà nasconde dietro una forza interpretativa talvolta selvaggia, che davvero potrebbe apparire troppo veemente, ma la via scelta da Salvo non fa sconti, pare sia la sua cifra stilistica.

Ambientato in un’epoca in bilico tra i totalitarismi di ieri e di oggi, che si insinuano tra elementi scenici classici nella tragedia del Bardo, i costumi e le scenografie non descrivono didascalicamente il periodo, un ieri come un oggi in questo ponte ideale che attraversa le epoche.

L’uso delle maschere in lattice è il simbolo del potere, un potere pronto a cambiare volto a seconda delle circostanze, questo arriva forte e chiaro, come l’effetto che fanno gli attori che le indossano, quasi marionette dalle movenze fisiche, ieratiche anche un po’ meccaniche.

Se certe scelte sono apparse un po’ scomode da un punto di vista scenico, di sicuro però hanno lasciato, negli occhi degli spettatori, una certa malia, tra queste i momenti in cui le visioni notturne si manifestano sinistramente.

E poi c’è la coralità, questo è il bello del Globe Silvano Toti, vedere in scena tanti attori alle prese con entrate e uscite, monologhi, scene a due, coreografie, duelli di cappa e spada, questo Shakespeare lo esige e lo reclama, lo sanno bene i registi da queste parti.

Cesare appare, maschera in volto, di bianco vestito, non è un caso, con un recitato veemente e scattante, dai cambi repentini e schizzofrenici, una recitazione volutamente calcata; Porzia, lo stesso, Melania Giglio ha doti vocali da sfoggiare e non si risparmia, abbandonandosi al lirismo di un recitar/cantando che forse a qualcuno appare eccessivo, a noi però è parso in sintonia con il resto dell’opera.

Daniele Salvo parte da idee e presupposti sicuramente ammirabili e condivisibili, non si può ignorare una certa attualità nel dramma messo in scena, Shakespeare ci parla del presente e lo fa dal passato, magia pura.

Vediamo allora i fatti: l’indovino porta la sua profezia, Cesare dovrà porre attenzione alle Idi di Marzo, non sarà Calpurnia a tenere a bada il “suo” leone, Cesare non ha paura di affrontare la morte, lo dice a chiare lettere.

E cosi tra lampi e tuoni, le notti sono presaghe di sventure a venire; Cesare è di troppo, bene lo sanno Cassio e Bruto insieme agli “uomini d’onore”. E’ giunta l’ora di liberarsi dalla “tirannia” di un potere troppo ingombrante.

E’ un dramma politico quello di Shakespeare e dalla politica non si può prescindere visti i tempi che viviamo; il regista cita nelle sue note Pasolini e i fascismi di ieri come quelli di oggi, si inseriscono tra le note e le pieghe dei costumi, nelle trame delle scene che emanano atmosfere tra noir e dark, in cui appare una Roma dalle fosche e cupe tinte.

Gli attori, tutti, fanno un gran lavoro insieme. Una recitazione talvolta brutale, spettacolo teterrimo della bassezza umana; se talvolta il tutto appare meccanico e artificiale se ne intuisce il motivo: Giulio Cesare secondo la rilettura del regista è una macchina da guerra, tra deliri, lirismo, tratti altisonanti, intervallati invece da momenti e toni più pacati, recitati in maniera più naturale e meno esageratamente brutale.

Questo, ed altro, è lo spettacolo del Giulio Cesare ancora in scena al Globe di Roma, dove campeggiano bandiere nere, evocatrici, e stendardi ai lati della scena, con la scritta gigante: SPQR.

Cesare cade assassinato, Marc’Antonio lo piange, evocandone le virtù umane e di condottiero; la rivolta è prossima, lo scontro sarà feroce e cruento, disseminerà sulle tavole del palcoscenico altri cadaveri, oltre quello di Cesare: i suoi carnefici saranno vittime di loro stessi.

Il nuovo ordine sarà pronto ad insediarsi ed entrare in scena ad occupare il posto lasciato vuoto da Cesare, siglerà l’inizio di un’altro ordine a cui rispondere, Roma non accetta vuoti.

Oltre alla già citata Melania Giglio, ci sentiamo di spendere qualche parola in più per i bravi: Gianluigi Fogacci/Bruto, Graziano Piazza/MarcìAntonio; bravi tutti gli altri che hanno contribuito a rendere il testo pieno di carica esplosiva e comprensibile al pubblico.

Alla fine applausi e ringraziamenti non potevano mancare.

Author: Cris

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *