Cultura: linfa vitale di un Popolo

Introduzione, editing e copy Cristian Arni

 

“Diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, mai locuzione fu più consona per stabilire il giusto merito e compenso, riconoscimento di un valore. Qui il prof.Saccà lo dice a chiare lettere, ciò che fa bene ad un Paese, ad un Popolo è: l’aria fresca, la Cultura e l’Economia, insieme ovviamente ad altri…”ingredienti”; occupandoci di Cultura, ci capita, così, di tanto in tanto, spendiamo di buon grado qualche parola in favore di una consuetudine ormai consolidata: lo stravolgimento sulle scene di Opere Liriche, Drammatiche, per realizzarle alla ” ‘O famo strano?!”, nulla di peggiore che manomettere qualcosa che ancora il pubblico, il Popolo non conosce; c’è un Popolo colto e un Popolo meno abituato a certe forme di “intrattenimento”, diciamolo: complici anche i prezzi dei concerti e dei Teatri, ma qui non voglio tirarmi addosso l’ira dei tanti teatranti, solo dire: la Cultura è Popolare, e non deve essere appannaggio elitario di una classe che l’ha dominata per troppo tempo, cavalcandone le scene e le dinamiche produttive. Quindi auspichiamo ad una Cultura ampia, diffusa e generalizzata per animare i post sessantottini che tanto male hanno fatto al nostro paese, occupando posti di comando, potere e dirigenza nella produzione, distribuzione di Arte e Cultura. Ricordiamolo: il Teatro è Popolare, nasce tra il Popolo, per abbattere quel, nel vero senso della parola: “distanziamento sociale” che questo o quel Governo vogliono imporci, con l’attenuante di una emergenza sanitaria, davvero questa Popolare. E così, quando ci sono talentuosi cantanti e musicisti, direttori di orchestra e fini conoscitori del Bel Canto, con l’eccellenza delle nostre maestranze, apprezzate in tutto il mondo, non v’è davvero bisogno “stuprare” un’Opera e ambientarla in uno stabilimento balneare, per esempio, forse l’ego di certe “trovate” andrebbe diretto più al servizio dell’Arte, con umiltà, per offrire a tutti la possibilità di gioirne, goderne e apprendere il senso che costituisce l’ossatura, il DNA del nostro patrimonio genetico, altrimenti non ci sarà più identità.

 

 

DIARIO DELLA RISORGENZA E DELLA BUROPOLITICA

 

 

 

 

 

di Antonio Saccà

 

Su uno dei canali della televisione, è il numero 23, credo che sia canale cinque, fanno ascoltare e vedere frequentemente delle opere teatrali e delle opere liriche, le opere teatrali non mi hanno interessato, sia per i testi, sia per la recitazione, e non le seguo, con qualche eccezione, un dramma veemente di una malvagia signora aristocratica napoletana, tra lingua e dialetto, non so di chi, potente, in quanto alle opere liriche vi sono rappresentazioni da tirare una scarpa sulla scena, specie per l’intervento dei registi, inaudito, credono di essere originali spostando le epoche, attualizzando, quasi che un personaggio se è in veste di antico romano non fa teatro e magari lo si pone in doppiopetto o in motoretta, ai registi il testo così come è sembra povero, devono completarlo di trovatine, spesso alterandolo o rovinandolo. Ma esistono esecuzioni da non scordarle, una consorteria riuscita di regia, direzione, cantanti, costumi che di migliori ne esisteranno ma non le ho vedute ed ascoltate mentre quelle che ho viste ed ascoltate restano nel firmamento della memoria. Un “Don Carlo”, di Giuseppe Verdi, diretto dal Maestro Daniele Gatti, mi spiace non rammentare l’eccellente regista; “La Traviata”, diretta dal Maestro Riccardo Muti, regia di Liliana Cavani; un “Don Pasquale”, diretto ancora da Muti; una “Norma”, ignoro il direttore, al Teatro Regio di Parma. … con buone voci specie nel finale e nel duetto di Norma con Adalgisa, anche se la mente ha onnipresenti la Callas, Corelli, Rossi-Lemeni, ma sia, era una esecuzione accettabile, anche se il Direttore talvolta inaridiva l’orchestra, la rendeva legnosa. Ma con Don Carlo siamo al vertice, Furlanetto, in specie nel dire cantando: ”Ella giammai mi amò…”,, un Sovrano, Filippo II, che teme di non essere amato e vede nei cortigiani dei nemici, solo, infelice, con l’ombra della morte nei pensieri, Furlanetto cantava parlando, cantava meditando, i suoi stati d’animo assorti, detti a se stesso, ora gridando, ora accennando. Incancellabile. Degna anche la Cedolins, la consorte Elisabetta, che non ama il Sovrano anzi ama riamata il figliastro, Don Carlo, che in scena era un accettabile tenore ma troppo grasso per innamorare. Svettava, Daniele Gatti. Mai ascoltato un Verdi così colmo orchestralmente Gatti “armonizzava” Vedi colmandolo, ripeto, di sonorità, insomma l’orchestra esisteva non era soltanto il sottofondo del canto, e con un amalgama (quasi) beethoveniano. Da apprezzare. Non parlo del Maestro Muti, il suo Don Pasquale sfavillava di brio, un Donizetti “donizettirossiniano” ma Donizetti.

Per contrasto pensavo allo squallore che stiamo vivendo culturalmente. Teatri chiusi, concerti, opere, niente, conferenze, lezioni, niente, presentazioni, zero, Musei, poco o nulla, e siamo la Patria della cultura. Voglio dire: un ceto politico all’altezza della funzione assunta, di occuparsi della società, dovrebbe valorizzare il nostro essenziale carattere qualitativo, che siamo la Patria dell’arte. Ma come è possibile tardare a ripristinare teatri, concerti, opere liriche, presentazione di libri, conferenze, musei! Moriamo senza arte e cultura. L’empito vitale che danno l’arte e la cultura è salute, reale salute, un individuo si rivitalizza. Dopo aver visto ed ascoltato Don Pasquale, Don Carlo, La Traviata, Norma, me le cantavo da me, me le interpretavo a modo mio, mi esaltavo per certe invenzioni dei musicisti o degli interpreti, poniamo lo slancio di Violetta che nell’abbandonare Alfredo, che ignora l’abbandono e le ragioni dell’abbandono, grida: ”Amami, Alfredo”, con un’insorgenza “passionalissima”; la rassegnazione di Violetta che accetta di abbandonare Alfredo perché lei, una “mantenuta” non può “sporcare” la famiglia di Alfredo, e canta la desolata: “Dite alla giovine”… E l’incredibile confessione di Adalgisa a Norma di amare l’uomo che Norma ama, non sapendo di rivelare il tradimento dell’uomo amato da entrambe, un duetto sommo…Non si può negare l’arte alla gente. L’arte e la vita sono sposi eterni, l’arte dà vita alla vita e la vita dà vita all’arte… E pensare che è in mostra Raffaello! Il Francesco Petrarca, il (quasi) Leopardi della pittura, il lirico della pittura!

Al dunque, la politica si impegni con ogni sforzo a ridare al Paese l’arte e la cultura, non divieti, non ostacoli, non trascuri, anzi solleciti, prema, si sforzi per l’arte e la cultura. Promuova tutti i tamponi, tutti i sieri, tutto il plasma, le misurazioni delle temperature, ma ci lasci liberi dalle mascherine, liberati dal distanziamento, ci apra le sale, ci renda sociali, umani. L’uomo si distingue dalle bestie per cultura ed arte, non torniamo alle bestie. La politica ha un compito strumentale, favorire la cultura e l’arte. Tutti i mezzi farmacologici per curare dal virus, pare ne esistano molti, pare che preso a tempo non sia pericoloso. E torniamo all’arte ed alla cultura, alla vita. Stiamo commettendo il delitto peggiore, svalutare ciò che vale, arte e cultura, imprigionandoci in misure necessarie per un certo periodo, forse, ma degradanti ed ossessive se stabilite a lungo. Come in economia: soltanto con i divieti, crolliamo. Cure e rimedi. Arte, cultura e libertà. Amen.

Author: Cris

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