Capitolo del Romanzo “Il professore, la morte e la ragazza” di Antonio Saccà

Editor e Copy Cristian Arni

 

Per gentile concessione dell’Editore Armando e dell’Autore Antonio Saccà pubblichiamo un capitolo “profetico” del romanzo IL PROFESSORE, LA MORTE E LA RAGAZZA, reperibile in tutte le librerie, di recente pubblicazione. Metti la copertine e dici che è del pittore Carmelo Crea.

 

 

 

Testi di Antonio Saccà

 

Una spinta, mi svegliai. Parvati, la pistola sul mio naso, con occhi inverditi di rabbia, capelli a matassa, mi cadevano sulle guance, ad­dosso a me, con i ginocchi mi fermava le braccia, e quella pistola, il suo sguardo asprissimo, aveva acceso la luce, che era accaduto, nella notte, nel sonno, che aveva scoperto, che voleva da me? Non parlava, non parlando anch’io la interrogavo sgomentato guardandola, forzava la punta della pistola, mi indolenziva la fronte, lo stupore del risveglio mi rendeva più incomprensibile la situazione, qualcosa in lei si era agi­tato e si mostrava in quella maniera estrema, omicida; voleva uccider­mi? Glielo chiesi. Smorfiò un sorriso, invelenì di più gli occhi, incise maggiormente la pistola, “mi fai male!”, sorrise storcendo la bocca dal lato sinistro, urlò: “mi hai fatto perdere il denaro, me l’hai giocato in borsa, in borsa, in borsa, in borsa”, ripeteva questa parola come voles­se stabilire un’infinita eco accusatoria, e la parola contenesse un mio delitto: voleva vendicarsi di averle fatto giocare, io, nei modi in cui mi avevano suggerito, “giochi in borsa, professore, e diventerà ricco”, “non lo faccio per me, ma per la mia donna”, il funzionario della banca toccandomi il braccio mi aveva elogiato considerandomi generoso e provvidente, e adesso Parvati senza risparmi, mia colpa! Mi uccidesse, non avevo forza di reggere la vastità sconfortante degli eventi, i giorni li trascorrevo a capire l’immensa rovina che mi spettava, crollava la borsa di una città lontana chiamata Tokio, si anchilosava la borsa di una città chiamata Seul, si polverizzava la borsa di una città che aveva nome New York, si annientava la borsa della città chiamata Shangai, anche le borse vicine al mio Paese e del mio Paese naufragavano, an­negavano, svilivano, perdevano orientamento, un istante di picco in su, e, dopo, l’inabissamento, non reggevo, e non dormivo, gli occhi impic cati ai numeri… Che accadeva nella città Tokio? Le tre del mattino da me, chissà quale ora nella città Tokio ,e la città Parigi, e la città Fran­coforte? Si rovistavano nella mia mente le città del mondo, risultato meno zero, ovunque meno zero, a Tokyo meno zero, a New York meno zero,meno zero a Seul, e meno zero a casa mia, aveva ragione Parvati di impistolarmi tra gli occhi, avrebbe dovuto accecarmi quando mi av­venturavo in banca recando il gruzzoletto suo e mio, con il risultato di quel meno zero universale che aveva reso il denaro un volo di vento… Mi consegnai con gli occhi a Parvati, si accorse che non resiste­vo, se intendeva uccidermi lo facesse presto, la luce mi dava fastidio, preferivo morire che subirla, un colpo, a quella distanza e in quella posizione bastava, la vita privata e la vita pubblica erano associate per dissestarmi e se il loro scopo tentava di farmi arrendere le appagavo, una volta per tutte concludiamo questa brutta esperienza allungata… Perché invece che guardarmi incattivita non mi sparava!? Mi disse di alzarmi e di andare alla finestra, stentatamente mi sollevai, albeggiava, di fronte a casa mia una innumerevole schiera di persone in fila scom­posta alle porte di una banca, facile comprendere che ambivano di riavere il loro denaro, quei disgraziati, troppo tardi, supponevo, giorni e giorni avevo detto ai vicini di casa “ritirate i vostri soldi”, a uno che mi faceva le cornici, un giovanottone sempre a maniche corte anche d’inverno, passava la vita a inchiodare, lo vedevo sempre ad inchio­dare, lui mi disse che stava tranquillo, le banche erano sottomesse a severi controlli, mi precisò, del resto manteneva la certezza che entro una certa quantità di denaro tutto veniva restituito, mi infurorcazzai, gli sgridai che era falso quel che dichiarava, mi ridichiarò che lo aveva ascoltato da gente autorevolissima, gli replicai che erano falsi proprio coloro che lui reputava autorevolissimi, non mi credette, mi allontanai infurorcazzato, anche i giovanottelli che mi davano la frutta, proclamai loro di tirare il denaro che certamente non avevano, ma sorrisero di me, figurarsi se le banche non ridato il denaro, sarebbe scoppiata una guerra civile! “E con questo! Intanto il denaro lo perdete”. Sorride­vano, i malnati. Un signore che era nel negozio e mi aveva ascoltato mi rimproverò editorialmente, era il modo per mettere in difficoltà un Paese, ritirare i soldi! Mi salì un qualcosa di vomitante o uno sputo incontenibile, glielo avrei piazzato rapidamente e con efficace risul­tato negli occhi o nella fronte, quel coglionoide: per non mettere in crisi le banche occorreva farsi mangiare i soldi dalle banche! Questo il ragionamento dell’idiota occasionale fruttifago. Volevo dirgli che i soldi erano già stati divorati e le banche erano già in rovina e non per colpa dei risparmiatori… Inutile parlare, i delinquenti esistono perché esistono gli imbecilli.

Quella fila osservata dalla finestra si accresceva di altra gente, ades­so si alzavano clamori, qualcuno cominciò a lanciare pietre ,altri a squassare le porte della banca ,minacce,bestemmie, alti lai, certe donne si tiravano i capelli, stringendosi le mani sul volto alzavano gli occhi al cielo. Parvati minacciante con la pistola volle che io ponessi l’o­recchio sul pavimento. Appena stesi l’orecchio sul pavimento ascoltai un rumore gigantesco come interminabili mandrie che passano da un luogo all’altro nel cambio di stagione africana: erano gli uomini e le donne che in ogni parte del mondo correvano alle porte delle banche! Lo sentii, lo capii, alzai lo sguardo verso Parvati che scuoteva la pistola facendomi responsabile di quel trapestio universale. Mi alzai, alzan­domi colpii la sponda del letto. E mi svegliai. Parvati, dormiva con la mano appoggiata al mio petto, andai in banca, quella mattina, non vi era gente e chiedendo del mio denaro mi fu detto che non rischiavo le mie somme e quelle di Parvati, poste in impieghi rassicuranti, ma io chiesi di riprendere il denaro e di riportarmelo a casa, quel che avevo sognato forse era un incubo tuttavia fiutavo che qualcosa di simile sa­rebbe accaduto. Quando riattraversai la via, temetti che qualcuno mi aggredisse e mi derubasse, quando giunsi e aprii la mia porta mi rasse­renai. Parvati quel giorno mi dichiarò che se io avessi avuto problemi per la mia vecchiaia mi avrebbe mantenuto lei. Sorridendo le risposi che avevo fatto un brutto sogno ma quel che lei mi diceva forse era una continuazione bella del sogno brutto. Ma alle notizie del mondo, il sogno ridiventò un incubo, seguivo accanitamente da sviscerarmi gli occhi, da rimbombarmi le orecchie, un suono continuo di notizie martellanti, viste e udite, i consigli, le riunioni, ministri, capi di stato, capi di governo, presidenti di banche, segretari di vario tipo, facce gialle, facce scure, facce bianche, facce marroni, facce nere, uomini con cravatte, uomini con tuniche, uomi­ni con il capo sormontato da strani cappelli, uomini con gli occhiali, soprattutto dichiarazioni, il consiglio dei ministri o il sottosegretario o il capo di governo o il capo di stato avevano dichiarato, dichiarava­no, stabilivano e giù decisioni mastodontiche da mettere in riga l’asse terrestre, eventualmente, non si permetteva a nessuna banca di falli­re e questa era una decisione, insomma, non un suggerimento o una speranza, assolutamente no, il gabinetto dei ministri, non so, il capo, il presidente, qualcuno di costoro o tutti insieme erano fermamente dell’opinione anzi della determinazione che nel Paese Tale non solo non vi sarebbe stata la famigerata crisi ma addirittura tra qualche mese la ricchezza si sarebbe moltiplicata e insomma se ne sarebbe usciti meglio di prima, più vispi, più in salute, veniva indicato visivamente il faccione di qualche ministro, di qualche consigliere, di qualche pre­sidente, e tutti ad elogiarlo perché era stato quel grand’uomo a scio­gliere il bandolo e finalmente per qualche minuto respiravo, soltanto qualche minuto , ero convintissimo che quei serpentissimi ingannatori del mondo in realtà nelle loro sedute avevano giocato a carte, si erano scambiati indirizzi di donne, o si erano allontanati per andare in bagno, ne ero ormai certissimo. Sbagliavo. Erano invece uomini da rivalutare, infatti i giorni successivi le loro formidabili decisioni, le cosiddette borse facevano un salto in avanti e in su da vergognarmi di uscire di casa, a un signore che mi aggiustava i denti avevo profetato catastrofi tra pochi giorni, a vedermi ora mi avrebbe guardato compassionevole e non mi avrebbe riso in faccia per la sua buona educazione, dubitavo che l’incorniciatore avrebbe avuto lo stesso atteggiamento con me, sic­ché non uscii di casa, mentre con lo stomaco in tumulto seguivo la sca­lata delle borse che raggiungevano vette da migliaia e migliaia di metri sul livello della crisi… La sera mi sconfortai perdutamente. Ragionavo che stranezze di quel genere favorivano la perdizione del disgraziato risparmiatore, che un barlume di salvezza glielo suscitava cogliere la caduta dei suoi titoletti, ora invece si rannicchiava a letto tranquillizza to e quindi correva il pericolo di non difendersi. La mattina prestissimo mi informai sui famosi indici e sulle celeberrime borse, salivano a più non posso e senza fatica e sarebbero giunte chissà dove nella giornata, mi riposi a letto disperatissimo, anche quel giorno rischiavo di non uscire, stavolta perfino il curatore dei miei denti avrebbe aperto la sua bocca per ridere di me! Purtroppo mi ero fatto un nome nel vicinato suggerendo a chiunque di ritirare i soldi, addirittura avevo pensato di salire piano per piano bussare e consigliare in nome dell’appartenenza allo stesso condominio di salvare ciascuno quel che aveva traendosi il gruzzoletto dalle banche. Con chi mi era stato possibile avevo parla­to, non mi restava che nascondermi, ora; il nominatissimo andamento delle borse diventava una galoppata, ogni titolo si ammantava di su­premazia, il minimo stava al massimo, da vergognarsi di aver ritirato il denaro e da correre subito implorando i cassieri di ricevere i miei soldi per qualsiasi impiego fosse stato in loro arbitrio stabilire. La sera fu un trionfo mondiale, i ministri, i segretari, i presidenti, i capi di stato, i capi di governo, gli uscieri che si succedevano a far dichiarazioni, sprizzavano gioia vigorosa e tutti a complimentarsi l’uno con l’altro, tutti a dirsi bravo, confidenzialmente si spingevano carezzandosi la spalla, si vedeva che sgorgava una grande efficace stima tra di loro e specialmente la convinzione che finalmente, come si dichiarava, si era imboccata la strada giusta della salvezza e della tutela del risparmio, proprio così, fuori dal tunnel, per dirla come la dicevano, e ancora una volta si affermava la rigenerazione dell’economia, l’aver colto l’oppor­tunità, insomma, poi, in dettaglio, con clamore, insistenti, che nessuna banca sarebbe fallita, del resto a quanto pareva quelle che fallivano venivano difese, comprate, protette e dunque in effetti fallivano ma non fallivano ed era stranissimo per me quel fallire non fallendo come se fossero state premiate di aver rovinato migliaia di povera gente… Non ero capace di comprendere perché chi aveva sbagliato e dilapida­to quanto milioni e milioni di persone avevano consegnato alle mani della banca, questi milioni e milioni di derubati non erano difesi, ma erano difese le banche che riavevano dallo Stato il patrimonio perduto. Perché quel denaro non veniva dato alla gente adesso povera che aveva consegnato quanto possedeva a banche che li avevano ingannati! Inaudito, una doppia perdita, quella delle banche e quella del denaro che veniva dato dallo Stato alle banche per impedire che fallissero! O sbagliavo? Erano salvati tutti, banche e risparmiatori. Quando la notte in una notiziola rapidissima compresi che quella festa barbara dell’u­briacatura delle azioni era dovuta all’acquisto che lo Stato faceva di quelle azioni mi si storsero le budella! In un bar, nella mia giovinezza, la città dove allora vivevo, non andava alcun cliente, il proprietario la mattina si sedeva e consumava i suoi dolci, le sue bevande, tutti i giorni, adesso accadeva lo stesso, lo Stato acquistava acquistava acqui­stava ma non era un vero acquisto acquistava per dare l’illusione che le cose andavano bene. Tremai. Non mi spaventava quella che veniva chamata crisi, mi terrorizzava la menzogna. L’indomani tutto crollò, le cose, non saprei come chiamarle, scesero con la velocità di un ascen­sore che ha rotto i tiranti, perfino io che avevo cercato di abituarmi alla catastrofe ne venni impressionato, trascinato. Quel giorno uscii di casa, il tutore dei miei denti non aveva ancora notizie e quando mi salutò ebbe negli occhi un’aria di beffa o almeno così lo intesi, gli scatenai un colpo immediato: “c’è un crollo in borsa, l’ha saputo!?”, il disgraziato mi fissò dubbiosissimo e per un istante credo pensasse che io parlavo per darmi una vittoria nella sconfitta, gli dissi di informarsi, per il suo bene, e gli ripetei di tirarsi i soldi dalle banche “chi sa” ,gli aggiunsi professorando, “dove arriveremo”, fece un gesto di ascoltarmi ancora, “all’autoritarismo,suppongo, quando non si riesce a governare si impiegano i fucili”, mi guardò come se io vaneggiassi e gli suggerii ancora di guardare le notizie per sua tranquillità e difesa. Poi, di nuovo a casa, le immagini di quei grandi benefattori dell’umanità che mi vo­levano rovinare, stavolta ebbi l’impressione, ma posso sbagliare, che sull’occhio di un presidente ci fossero tracce di uno sputo, un ministro aveva il naso arrossato, un sottosegretario la cravatta strappata, e tutti fuggivano per non farsi prendere da chi li trasformava in immagini. In quelle immagini. Terra, sbarrata da ogni parte, ciò che avevo risparmiato, ciò che avevo consegnato alla banca, la mia fiducia nel futuro, la mia certezza che avrei mantenuto una vecchiaia tranquilla saltò, esplose il mondo, l’in­tero mondo subì un terremoto di panico ovunque, che crollasse ogni si­curezza, avvisaglie, poi lo scoppio, le fondamenta che ancora reggendo si erano macerate, le costruzioni subitaneamente al suolo polverizzan­dosi, non angolo del pianeta in cui il denaro fosse al riparo, sentiì la prigionia uguale alla situazione con Parvati, una gabbia rafforzata, una gabbia dopo l’altra, non vi era scampo né alle quattro pareti, né sopra, né sotto, Parvati non mi avrebbe mai permesso una via di scampo con altre donne e il denaro non l’avrei potuto riporre in modo da salvarlo dal diventare polvere come i palazzi in cui era rinchiuso, non esisteva al mondo un luogo che me lo proteggesse, anche se lo avessi riavuto sarei stato costretto ad assistere senza poter agire all’annientamento dei miei risparmi. Ma chi era stato, chi erano stati i perversi malati paz­zi prepotenti sani catastrofici avidi miserabili disonesti corrotti degene­rati idioti scaltri cani rapaci che avevano sconquassato l’universo come una meteora che brucia tutto?! Per quale follia e da parte di chi ciò che era ricchezza lavoro risparmio fatica sudore sangue diventava carta bruciata cenere e in quella cenere si dissolveva la sopravvivenza di cia­scuno di milioni e milioni di uomini, mia e che avevamo fatto di male quei milioni e milioni di uomini, faticato dalla mattina, svegliati presto, la sera tornati stanchissimi per risvegliarsi presto e per ritornare irripo­sati al lavoro, milioni di uomini, milioni di tutto il mondo, miliardi di uomini, nient’altro che lavorare e ora da quel generoso, assiduo lavoro, la fatica, quelle giornate, adesso l’annientamento, e poteva mai essere colpa di quei milioni e milioni di uomini che non avevano fatto altro che lavorare? Lavorare non porta male, non danno, non miseria! Chi era stato a far diventare il lavoro, niente, la fatica, niente, lo svegliarsi all’alba, niente, il sudare tutto il giorno niente, quale maligno, quale magia, quale incapacità feroce, ostinata diabolicamente al fallimento avevano tramutato il lavoro e ciò che esso suscita, le sue faticose opere, in disastro, ecco, le banche crollavano, e dalle loro stanze usciva il nul­la, le banche crollavano e dentro contenevano il nulla, tarlate, bucate, Di colpo, come un temporale che mi cogliesse in una zona priva di riparo, fulmineamente mi sentiì in una prigione grande quanto la Terra, sbarrata da ogni parte, ciò che avevo risparmiato, ciò che avevo consegnato alla banca, la mia fiducia nel futuro, la mia certezza che avrei mantenuto una vecchiaia tranquilla saltò, esplose il mondo, l’in­tero mondo subì un terremoto di panico ovunque, che crollasse ogni si­curezza, avvisaglie, poi lo scoppio, le fondamenta che ancora reggendo si erano macerate, le costruzioni subitaneamente al suolo polverizzan­dosi, non angolo del pianeta in cui il denaro fosse al riparo, sentiì la prigionia uguale alla situazione con Parvati, una gabbia rafforzata, una gabbia dopo l’altra, non vi era scampo né alle quattro pareti, né sopra, né sotto, Parvati non mi avrebbe mai permesso una via di scampo con altre donne e il denaro non l’avrei potuto riporre in modo da salvarlo dal diventare polvere come i palazzi in cui era rinchiuso, non esisteva al mondo un luogo che me lo proteggesse, anche se lo avessi riavuto sarei stato costretto ad assistere senza poter agire all’annientamento dei miei risparmi. Ma chi era stato, chi erano stati i perversi malati paz­zi prepotenti sani catastrofici avidi miserabili disonesti corrotti degene­rati idioti scaltri cani rapaci che avevano sconquassato l’universo come una meteora che brucia tutto?! Per quale follia e da parte di chi ciò che era ricchezza lavoro risparmio fatica sudore sangue diventava carta bruciata cenere e in quella cenere si dissolveva la sopravvivenza di cia­scuno di milioni e milioni di uomini, mia e che avevamo fatto di male quei milioni e milioni di uomini, faticato dalla mattina, svegliati presto, la sera tornati stanchissimi per risvegliarsi presto e per ritornare irripo­sati al lavoro, milioni di uomini, milioni di tutto il mondo, miliardi di uomini, nient’altro che lavorare e ora da quel generoso, assiduo lavoro, la fatica, quelle giornate, adesso l’annientamento, e poteva mai essere colpa di quei milioni e milioni di uomini che non avevano fatto altro che lavorare? Lavorare non porta male, non danno, non miseria! Chi era stato a far diventare il lavoro, niente, la fatica, niente, lo svegliarsi all’alba, niente, il sudare tutto il giorno niente, quale maligno, quale magia, quale incapacità feroce, ostinata diabolicamente al fallimento avevano tramutato il lavoro e ciò che esso suscita, le sue faticose opere, in disastro, ecco, le banche crollavano, e dalle loro stanze usciva il nul­la, le banche crollavano e dentro contenevano il nulla, tarlate, bucate, scavate, e chi ne aveva ingoiato le ricchezze? Quale fame, quali denti avevano divorato i risparmi di chi aveva lavorato? Assurdo, quanto era stato compiuto, l’immane fatica di milioni e milioni di uomini diven­tava un volo di polvere! Chi era stato talmente capace di tanta incapa­cità? Del genio, per annientare la fatica di milioni di uomini! Nean­che il diavolo! Di notte, topi sui risparmi degli uomini, o afferrato per dilapidarlo, o scaraventato in imprese sconsiderate… Come avevano potuto rovinare quella clamorosa ricchezza? Quale inaudita sconfinata incapacità animava uomini che dovevano guidare la società, segnarne la buona fortuna! Raggiungere un risultato così distruttivo, non era fa­cile, gente capacissima di incapacità. Non riuscivo a comprendere, la ricchezza che diventa niente, un battito d’ali nel vuoto. Divorare, e va bene, prendere, e va bene, rubare, e va bene, può darsi, capi padroni governanti avevano rubato mangiato predato, ma addirittura riuscire così bene alla catastrofe, a dissolvere la fatica degli uomini, e risparmi di milioni e milioni, nel nulla più perfetto, senza scampo mondiale, che razza di talento! Non sapevo capire ma comprendevo che non resisteva angolo del mondo in cui avrei avuto una vecchiaia rasserenata nel mio diventare vecchio. Le quattro e quarantacinque, le quattro e quarantasei, le quattro quarantasei e quindici secondi, le quattro quarantasei e trentadue secondi, le quattro quarantasei e trentasette secondi. Né chiama né risponde alla mia chiamata. All’inizio fu per quanto era bella, lo sapeva, godeva di essere guardata, non la sua bellezza sensuale, non i sensi, no, no, invece, proprio i sensi, ma soprattutto la radiosità della fanciullezza, i fianchi levigati, lo slancio semplice, snello e l’incon­fondibile volto, questo è il volto di Parvati, esclusivamente Parvati ha questo volto, i capelli, e l’andamento sbrigativo, agile, e non cambia, rimane l’adolescente della prima volta che mi salutava rincorrendomi con la bicicletta, l’adolescente con i pantaloni svolazzanti, l’adole­scente che mi preparava i cibi come se io per nutrirmi avessi bisogno di lei o un gioco tra bambini, l’adolescente che si faceva prendere in ogni momento, mentre cucinava, mentre si abbassava a pulire, mentre studiava, io mi avvicinavo, mi liberavo dei pantaloni e lei immediata­mente si denudava e non vi era posizione a cui si sottraesse, la facevo chinare sulle gambe sostenendosi con le mani, la penetravo da dietro per ore, così avvenne, anni, così, le torcevo i seni, la forzavo nella vagina, le assediavo il clitoride giornate, nessun ostacolo, al piacere, da Parvati… Dormiva, un agnello biondo, le stringevo la mano l’in­tera notte, e lei si racimolava, diceva, tra la mia ascella e il petto…

Andavamo a comprare, all’inizio, una trovata, ci tenevamo per la mano, ci baciavamo sulle labbra, perché non esistessero dubbi, una coppia, noi due, gli assorbenti per il suo mestruo, e addirittura i preser­vativi, io con quella ragazza, svergognato, le cassiere si infiammavano tra occhi e orecchie, gli altri, chi se ne avvedeva, sul punto della pre­dica o del tribunale, Parvati più sfrontata di me, mi carezzava la mano stretta alla sua mano con il pollice…

Questi foglietti, la sua scrittura minima e aggrovigliata… Li notai, sotto un libro, e non mi decidevo a leggerli. Che avrei saputo?! Li carezzai, li strinsi, li sfogliai… “E se mi abbandona?”. “Non posso tornare al mio luogo di nascita!”. “Come guarda le altre! Gli parlo, e lui gira gli occhi intorno”. “Le donne dai grandi seni, è così, gli seguo lo sguardo”. “Mai tutto per me”. “Un egoista, non vive per i miei desi­deri. Ha già vissuto, adesso spetta a me vivere!”. “Che pretende?”. “Un pazzo, un maniaco…”. “Di colpo, e resterei sola”. “Invecchiata, e mai giovane”. “Il mio amore principale…”. “Tutto per me”. “È mio!”. “Me lo vogliono togliere!”. Fermai la lettura. Di chi scriveva? Altre sue immagini. Su di una nave, al tramonto, Parvati presa dal vento nei capelli, i colori dei suoi capelli nei colori del tramonto, i suoi capelli erano i colori del tramonto, i suoi capelli percorrevano l’oriz­zonte con i filamenti di nuvole giallorosa… Una nave! Quando? Con chi? Io, no! Ecco, l’altra vita di Parvati, la terza, la quinta vita! E chi l’aveva raffigurata su di un albero, lei che si stringe la mano al seno, coprendo la denudazione ma perciò manifestandola! Povera Parvati, si crede padrona di vivere, illusa da qualcuno! Quando tornava, quei viaggi a casa sua, diceva, un livido sulla schiena, un labbro spacca­to, un’aria esausta, smagrita, consumata… Capisco… Un uomo, un uomo! Il volto di un uomo! L’uomo di Parvati: faccia indurita, stretta, naso acuminato, occhi astiosi. E per quest’uomo senza amore… Una data. Una scritta dietro la raffigurazione: Mio padre!

Tardi. Tardi. Troppo tardi anche per aspettare, ormai, troppo tar­di, troppo tardi per qualsiasi sensata, fiduciosa eventualità, le cinque, un’ora eccessiva, un’ora per l’angoscia e l’abbandono… Esporre, de­nunciare, una giovane donna è scomparsa tra la sera e la notte o è volu­ta scomparire, non c’è residuo, di lei, ed è l’alba, nessuna luce quando verrà il mattino, forse voi la troverete, a me non è consentito alcun risultato, presto, presto c’è qualcosa di peggio della morte…

Avrà pensato, e che non la sposavo e non le consentivo un figlio e non l’accertavo degli anni venturi, dunque la giovinezza se ne sarebbe andata negli inutili anni con me! Venti anni, poi giungono i ventu­no, a cui seguono i ventidue, che continuano nei ventitrè, inoltrando­si nei ventiquattro, culminando nei venticinque, salendo nei ventisei. Che stai facendo, Parvati, della tua giovinezza? Assisto un uomo che è carico quasi tre volte dei miei anni, scrive, mi legge i suoi libri, io lo considero, io lo amo, sto sempre a casa, lui parla poco, malgiudica gli altri, mi sconforta sull’umanità… Può darsi che le infettai la mia ansie­tà, qualche occasione di lavoro le andò a picco, e me ne accusò, tanto di sé largito a me, sprecato…

Biglietti! Suoi! “Ti stringo con la mia sciarpina fatata. E guarirai d’ogni male!”.”Sei tanto bello che riesco a guardarti soltanto nell’om­bra!”. “Dormivi, e non trovavo le tue ali. Dove le tieni, di notte?”. “Buon viaggio, stella mia, ruota veloce da me!”. “Buonanotte. Ti gratto il testone di fil di ferro”. “Prima di addormentarci, mischiamo i nostri petali”. Per me! Erano scritti per me! Li conoscevo, li riconoscevo. Mi esaltava per ingannarmi ch’io ero amato e così tradirmi insospettata?

Il mattino, troppo tardi ormai sotto qualsivoglia concepibile consi­derazione. Ora non andrò da alcuno, non cercherò, ora io dovrò essere soltanto me stesso come tu dimostri di volerti recintare, niente che ab­bia valore per me di quanto esiste fuori di me… La mia casa e i miei scritti saranno la mia eredità, non ho altro, ti spettano! “Quando tornerai, non mi troverai. Non cercarmi. Questa notte ho viaggiato l’inferno, l’ho attraversato interamente, senza uscirne fuori. Non so, adesso, se vi sarà una porta che mi condurrà a scorgere la luce o resterò chiuso, ottenebrato. Non hai colpa. Anzi. Diventa più feroce. Ma non con uomini quale sono io. La tua crudeltà non conquisterebbe vantaggi a usarla con persone come me. Sii spietata e falsa su chi ti può giovare per il godimento dei tuoi desideri. Vendi bene la tua anima. Falla pagare, la tua giovinezza. E che sei donna. Non mi rammarico che sei stata infame verso di me. Ti avrei, piuttosto, istruita ad esserlo contro coloro che potrebbero consegnarti un risultato. La crudeltà sen­za beneficio è inutile, non merita il nome di crudeltà”.

Lasciai il foglio sul tavolinetto della stanza di Parvati, lo fermai con la penna con cui avevo scritto. Stavo uscendo, ma dovevo aggiungere quel che scrivo: “I miei libri, i miei scritti sono tuoi. E l’abitazione. Prendi cura della mia morte, e sii fedele ad essa. Il tuo volto, così im­placabilmente fanciullesco, sia l’ultima immagine che io veda. Mi sen­tirò morire più lievemente se tu mi guarderai, quasi andassi incontro alla giovinezza. Puoi almeno comprendere, sentire che significa volere da te lo sguardo estremo!?”. Non spensi la luce, aprii la porta, chiusi la porta, le scale, nella strada, camminai, le macchine, rumori, camminai, la luce dei lampioni, camminai, la strada vuota, camminai, il portone del palazzo dove abitavo, le scale, la porta della mia casa, la luce, la camera da letto, mi distesi, dormii. Svegliato dal suono del telefono, lo staccai, lo posi all’orecchio, nessuno parlò, mi riaddormentai. Il suono del telefono mi svegliò ancora, lo presi, lo accostai all’orecchio, nes­suna voce…

Author: Cris

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