A 75 anni dalla catastrofica esplosione atomica ad Hiroshima

di Cristian Arni

 

 

 

 

Un grande silenzio! Così vorremmo iniziare questo articolo, come configurarlo, come immaginarlo? Proviamo a sentirlo interiormente, poi magari potremmo anche provare a rappresentarlo in qualche modo,vediamo, proviamo..

 

 

 

Un lampo accecante, un bagliore, poi il silenzio seguito da un boato sordo, ovattato, un suono cupo e…apparentemente niente più, invece subito dopo fu la più grande catastrofe dell’umanità per portata in seguito alla prima esplosione atomica nella storia dell’umanità. Hiroshima ricorda quel giorno, e noi con lei.

 

 

Un minuto di silenzio e il bianco della pagina, 1/4 o un 1/3 di pagina, difficile definirlo su una pagina elettronica che potrebbe andare avanti senza numerazione, quindi senza misura certa di definizione con i rapporti matematici.

Sono le ore 8.15 di 75 anni fa, la macchina del tempo viaggia nel passato, è il 6 Agosto del 1945, la vita pochi istanti prima, scorre come sempre, con il suo ritmo segnato da gesti, movimenti quotidiani, rituali mattutini; l’inizio una nuova giornata: chi si reca al lavoro, chi nei campi, chi al mercato, chi a fare la spesa, chi passeggia e poi i bambini, tanti, gli alunni e gli studenti che si recano a scuola; i genitori indaffarati, gli anziani, portatori di una saggezza atavica, sono il simbolo del tempo che passa.

Non è certo uno dei momenti migliori per la storia del paese, come del resto non lo è per il resto del mondo in quel momento; il conflitto mondiale in corso è ad uno dei suoi momenti più cruenti, quelli decisivi, quelli se vogliamo finali, della capitolazione.

Gli Stati Uniti sigleranno la loro affermazione in tutto il pianeta! Tutto!

Tornando in Giappone, ad Hiroshima, città marittima di antiche origini, incastonata in un arcipelago florido che affaccia nell’omonima baia portuale; benchè la sua posizione geografica la vedeva al centro di fiorenti attività commerciali e navali, Hiroshima non era un obiettivo militare, non giocava alcun ruolo di strategia militare, questo la rende ancora più vulnerabile ed angosciante nell’attacco subito, inaspettato e si totalmente assurdo.

Certo non era tutto così idilliaco, la consapevolezza di un conflitto mondiale in atto non mancava; la guerra con il suo rumore assordante e i suoi morti, con i suoi combattimenti e il sangue sparso dalle ferite, era però lontana, lontana dalla vita quotidiana degli abitanti di Hiroshima, una vita quotidiana che nonostante tutto scorreva nelle sue faccende, mentre ognuno compieva il suo dovere, in casa come a scuola, in fabbrica come nei mercati e nei campi, oppure in mare, a pescare.

Il Giappone è sempre stato un paese molto operoso, di antiche tradizioni e sapienza, ma anche di mire espansionistiche e aperto al libero mercato; non stiamo dando qui un’immagine letteraria del Paese del Sol Levante, solo tentiamo di descrivere gli attimi prima dell’arrivo dell’apocalisse.

Siamo stati ad Hiroshima, ed abbiamo respirato l’aria della città nipponica; i suoi panorami, la sua modernità e il suo progreso, la vita, benchè operosa, ordinata e mai caotica o dispersiva. Ci siamo guardati il panorama dove è immersa, un paesaggio incantevole, e con mestizia e profondo rispetto abbiamo fatto visita al Parco del Memoriale, visitando il Museo e tutta l’area dove annualmente si celebra la commemorazione delle vittime di un atto sacrilego che i carnefici non cancelleranno mai dalla loro memoria.

In questa nostra visita abbiamo reso omaggio alle troppe vittime e siamo rimasti in silenzio, a pregare, come avremmo fatto per chiunque altro o come facciamo per i nostri caduti. In silenzio, un silenzio religioso, di una religiosità che esula il dicastero di una dottrina sterile, convergendo più nella spiritualità del sentire, la connessione con quanto accaduto, ed abbiamo pregato.

Oggi la città presenta un volto radicalmente opposto, cambiato pur conservando il segno profondo di una cicatrice che mai potrà rimarginarsi. Non c’è compianto ma compassione, ben diverso! Vive, Hiroshima e la sua gente, una vita al passo con la contemporaneità, e come in tutto il paese le forze della tradizione, della memoria convivono di pari passo con l’aspetto più “pop” e tecnologizzato.

Non è infatti, il nostro, un elogio ad una “memoria” appartenente al passatismo o ad una immagine riflessa, luogo comune della proverbiale antichità e tradizione in cui il paese ha vissuto fino al momento in cui…

Il Giappone, era tutt’altro che un paese “naive“, ingenuo, era tutt’altro che un paese sprovveduto o di anime prive di mire e ambizioni.

E’ vero, per lo più il Giappone a quel tempo era un paese di grande tradizione, un paese autentico ed originale, in una parola: un paese vero, ma era già in essere quel processo di modernizzazione che poi lo proietterà altrove, ci arriveremo.

Nel frattempo ci accompagnano ancora i suoni tipici di una vita domestica, i suoni famigliari, le voci, le risate, i colpi di tosse, i rumori di catena delle biciclette, i rumori di motorette e furgoni accanto a quelli di piccole imbarcazioni e i suoni portuali che sparpagliano nell’aria, confondendosi con:suoni di mestoli, acqua che bolle; gli odori di cibo in preparazione.

I giapponesi erano gente semplice e genuina, di grande pudore e compostezza, quanto animati da pazienza e tenacia, attenti alla ritualità e all’eleganza dei gesti accompagnati da educazione e profondo senso del rispetto. Queste nostre parole non vogliono esaltare nè decantare le virtù di un popolo così lontano per cultura e tradizioni, bensì cerchiamo solo di restituire, attraverso esse, quanto abbiamo colto dello spirito nipponico, per comprendere meglio il senso profondo di questa giornata di commemorazione.

Un paese rurale, per lo più “contadino” , agricolo, in stretta connessione con la terra e gli elementi, come con le stagioni e i cicli naturali, ma avviato verso l’ammodernamento da una economia basata sull’industria, che poi verrà rilanciata nell’immediato dopo guerra.  

Ecco, abbiamo voluto catturare un po’ la vostra attenzione per descrivere sommariamente l’atmosfera che animava il paese in quel preciso momento storico. Tralasciando molti altri aspetti, pensiamo ci perdonerete; non è tutto oro quel che luccica, ma possiamo dire, anche in merito al viaggio compiuto con tappa ad Hiroshima, che il Giappone riflette bene ciò che realmente è, senza farne mistero, al contrario di altri forse.

Per non farvi risentire, nè per farvi odiare nessuno, non ci pare proprio il caso, questo era il clima di quella mattina, ad Hiroshima; con tutto quello che abbiamo provato a descrivere, nel nostro profondamente piccolo, abbiamo cercato di entrare nel vivo di un attimo! 

E’ stato un attimo, credeteci, un istante minuscolo, come già detto inaspettato. L’obiettivo doveva essere un altro poi si è virato verso Hiroshima, in seguito Nagasaki e qui ci piace ancora trattenervi, restate ancora un po’. Dunque, pensate, erano gli anni in cui si stavano compiendo i primi esperimenti, quelli sulle esplosioni nucleari; i test americani erano ripetuti e ad un certo punto del conflitto mondiale in atto, la decisione finale, l’atto conclusivo.

Il Giappone ha il tremendo primato, rimasto imbattuto (speriamo resti tale), di essere stato il primo paese al mondo a sperimentare, non una, ma ben due esplosioni atomiche, due bombe nucleari, avete idea di cosa voglia dire? No, vi assicuriamo, con presunzione che non l’avete! Non l’avete perchè fermare il tempo, guardare in faccia la Storia, immergersi profondamente dentro quei fatti è: doloroso! 

La maggior parte di noi rifugge il dolore, il sentire, giustamente, quindi diventa difficile immaginare cosa sia significato due esplosioni atomiche, solo queste due parole sono terribili. Esplosioni atomiche.

Se oggi il mondo è rimasto giustamente sconvolto dall’esplosione di Beirut di due giorni fa, arrivando poi. in misura esagerata a paragonarla assurdamente ad Hiroshima (certi giornalisti andrebbero radiati insieme ai loro redattori capo), se oggi questa esplosione di Beirut ci ha impressionati, pensate un po’ cosa debba essere significato Hiroshima. E Nagasaki!

Con ciò, ci teniamo a fare gli opportuni distinguo e a non sminuire minimamente quanto accaduto a Beirut!

Tornando così alle ore 8.15 del 6 Agosto 1945, la vita procede come sempre fino al momento in cui un flash accecante immortala, giusto il tempo di uno scatto fotografico potremmo dire, per sempre nella memoria umana quell’istante terribile.

Il Bombardiere B- 29 Suprefortress soprannominato, Enola- Gay sorvolava i cieli del Giappone con a bordo l’equipaggio e un carico di ben 4037 di peso, una lunghezza di circa 3 metri ed un diametro di 0,70 cm soprannominato in codice con il nome di “Little Boy“, meglio conosciuto con il nome di MK1, il primo ordigno nucleare pronto ad essere testato sul campo di battaglia.

Giunto il segnale, proprio sopra l’obiettivo della missione, il B-29 aprì il portellone sganciando così la bellezza di 60 kg di uranio fortemente arricchito; “Little Boy” iniziò la sua caduta in direzione della città e prima ancora toccasse terra la deflagrazione a pochi metri dal suolo fu preceduta da una luce accecante.

L’altezza dell’esplosione e la direzione furono a quasi 600 mt dal suolo, proprio sopra l’edificio divenuto simbolo della città di Hiroshima, e di quel tragico momento della storia dell’umanità: il  Genbaku Dome, “La Cupola della bomba atomica”.

 Lo scoppio fu così potente che distrusse immediatamente tutti i templi e le costruzioni della città, furono rasi al suolo immediatamente e circa 70.000, 80.000 persone morirono sul colpo.

L’edificio è rimasto così da allora, monito e simbolo di quei terribili momenti; nulla è stato spostato, nulla è stato cambiato all’esterno nè all’interno. Visitandolo abbiamo provata una netta sensazione di soggezione mista a curiosità e stupore, un profondo senso di rispetto e una strana sensazione di pace. Non crediamo sia stata la sola allucinazione dovuta alla suggestione di trovarsi sul posto davanti al Genbaku Dome, ma passeggiando nei suoi pressi, guardandolo, osservandolo attentamente, fotografandolo, era ancora possibile sentire un certo odore di bruciato, dato anche il caldo umido dovuto alla stagione estiva. Quella sensazione olfattiva è rimasta indelebile, insieme alle tante immagini che abbiamo visto all’interno del Memoriale e del Museo.

Tra le tante testimonianze che abbiamo sentite e lette ce ne è sicuramente una che descrive bene quel momento preciso: :“Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un’esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c’era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un’enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l’effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l’un l’altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l’unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L’esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell’aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l’uno all’altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore”.

Quanto fin qui esposto è solo una minima parte della brutalità umana, di quello che significano ancora oggi: guerra, oppressione, persecuzioni. Con questo atto conclusivo la Seconda Guerra Mondiale ebbe finì. Vincitori? Vinti? Americani, Tedeschi, Inglesi, Nipponici? Italiani? Nessuno davvero! Solo morti, feriti e sopravvissuti a raccontare gli orrori e il non significato di un atto simile. 

Si, possiamo anche dire che gli Stati Uniti d’America hanno siglata la propria supremazia sul pianeta, possiamo anche accettare il fatto che c’era un mostro da combattere, più di uno per la verità, ma è stato combattuto a scapito e danno di persone che mostri non erano, ma che furono resi tali dagli effetti nefasti dell’esplosione atomica.

Ancora a distanza di tempo purtroppo si sono avuti effetti organici e fisici su chi è stato esposto alle forti radiazioni dell’esplosione; ricordiamo che quel bombardamento causò la morte di complessivamente 140.000 su una popolazione stimata di 350.000.

Da quel momento la sveglia è suonata per il Giappone e per i Giapponesi; nulla più sarebbe stato come prima, nulla più sarebbe rimasto intatto fuor che: la propria forte tradizione e il cammino inarrestabile verso il progresso ed il futuro, tanto da farne la seconda potenza asiatica e la terza potenza economica mondiale. 

Da quel preciso momento, l’imperativo diventerà: essere preparati, pronti, conoscere, ricordare, studiare, produrre e lavorare sodo per non farsi più trovare sprovvisti, di sorpresa come è stato per Hiroshima e Nagasaki.

In Giappone vivono due volti, molti volti, ma due sono quelli essenziali: il forte senso di radicamento interno, le proprie tradizioni, radici e il nazionalismo, affatto esasperato, ed un’anima come dicevamo sopra, più “pop“, colorata, occidentalizzata, si, purtroppo in una parola: americanizzata, globalizzata, se vogliamo ad un primo sguardo superficiale, soggiogata dal nemico imperialista tanto da arrivare a definire i giapponesi come: americani con gli occhi a mandorla ma non è così, in profondità quest’occidentalizzazione, questa globalizzazione ed americanizzazione è il sintomo di una forte competitività per essere al passo, mostrare i denti per non farsi minacciare, ecco, questo è il metodo con cui l’animo, lo spirito nipponico difende le proprie origini e radici.

Permeando nella cultura giapponese, più a fondo è possibile svelare questa patina satinata, rosa shocking, che poi si rabilita con l’Haname e la Sakura, la fioritura dei ciliegi e scoprire invece un’infinità di sfumature colorate che appartengono all’autentico Giappone.

Confidiamo nella vostra pazienza se ci avete letti fin qui, ringraziandovi per la vostra attenzione,

Author: Cris

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